Livello 0 - Character Creation (le mie origini)
Questa serie racconta il mio percorso finanziario, un livello alla volta, dall’infanzia a oggi. Quanti livelli avrà questa serie? Non lo so nemmeno io. Andrà avanti finché non avrò raggiunto gli obiettivi di questo blog, l’indipendenza finanziaria totale o (più probabilmente) parziale.
Il livello 0 racconta l’infanzia, i primi soldi guadagnati, e i primi progetti online nati per gioco.
Ogni videogioco comincia con la stessa schermata. Crei il personaggio, scegli due o tre caratteristiche, e parti. Nella vita reale quel lusso non ce l’hai. Il personaggio te lo ritrovi già fatto, con una famiglia, un quartiere e delle regole che non hai scelto tu.
La mia “character creation” è avvenuta in uno dei quartieri di Bari, in una famiglia di classe media che, senza saperlo, mi stava già insegnando le regole del gioco dei soldi.
Le prime regole del gioco
Non eravamo ricchi, ma i miei genitori hanno sempre cercato di darci il massimo, a me e a mio fratello. Corsi di musica, sport estivi, tutto quello che potevano permettersi.
Il problema è che “tutto quello che potevano permettersi” aveva un limite preciso. Ogni tanto arrivava una scelta secca tra l’ultimo paio di Nike e gli strumenti o le racchette per continuare le attività. Raramente entrambe le cose.
Non avevo certo la consapevolezza di stare imparando qualcosa sui soldi. Semplicemente, avevo iniziato a capire che ogni euro speso per una cosa era un euro in meno per qualcos’altro.
I miei genitori hanno scelto le attività invece delle scarpe. E stranamente non l’ho mai vissuto come una rinuncia. Quando al supermercato mi chiedevano se volessi qualcosa, dire di no mi faceva sentire fiero, come se avessi fatto la mia parte per la squadra.
C’era un’unica, grande eccezione a questa parsimonia precoce. La tecnologia.
Vestiti, zaini, giocattoli. Il “GOM baby” di allora sapeva rinunciare a tutto senza battere ciglio. Davanti a un PC o una console, però, era come tutti gli altri. E chiedeva, eccome se chiedeva.
I primi soldi? Una passeggiata. Anzi, una processione.
Fino alle superiori, in Italia è normale ricevere una paghetta. La mia era di 5 euro a settimana. Ma fortunatamente avevo un’altra fonte di reddito, decisamente più insolita. Suonavo nelle processioni.
Se non hai mai vissuto al Sud Italia, te lo spiego. Durante le feste di paese, una banda musicale accompagna per le strade la statua di un santo, insieme al prete e ai fedeli. Anche i ragazzini possono suonare, e vengono pagati per farlo.
Io avevo poco più di 12 anni e guadagnavo tra i 5 e i 10 euro a processione. D’estate ce n’erano dalle 10 alle 15, per un extra stagionale tra i 50 e i 150 euro. Niente male, per un dodicenne :).
Ero entrato nel mondo del lavoro senza nemmeno accorgermene.
Il conto economico, a dirla tutta, non tornava affatto. Tra lezioni di musica e strumenti, le spese superavano di gran lunga quello che guadagnavo suonando. Ma i miei genitori mi lasciavano tenere quei soldi, e io me li spendevo in sfizi di cui oggi non ho la minima memoria.
Quello che ricordo bene, invece, è la fatica dietro a quei soldi. Ore in piedi sotto il sole, poche pause, la banda che ripete lo stesso pezzo per la centesima volta.
Quei 5-10 euro avevano un peso specifico diverso rispetto alla paghetta. E forse è anche per questo che ero decisamente più parsimonioso dei miei coetanei, che spendevano paghette più alte della mia senza pensarci due volte.
5€ guadagnati suonando valevano più di 5€ di paghetta. Matematicamente identici, nella mia testa no.
È il Mental Accounting: la tendenza a dividere il denaro in "cassetti mentali" diversi a seconda di come lo otteniamo. La paghetta sembra "da spendere subito", i soldi sudati diventano intoccabili.
Ogni euro ha lo stesso potere d'acquisto. Riconoscere queste scorciatoie mentali è il primo passo per non farsene condizionare.
Il regalo che ha deciso (quasi) tutto
A Natale si apriva ufficialmente la stagione delle richieste. E noi, da bravi risparmiatori di desideri, le accumulavamo tutte lì. In un paio di occasioni arrivarono due regali che avrebbero cambiato molto più della mia lista dei desideri di quell’anno. Un PC e un Nintendo DS.
Il merito, però, va soprattutto a mio fratello maggiore. Aveva una curiosità quasi maniacale per esplorare ogni angolo di internet, e quella curiosità si è riversata su di me.
Insieme abbiamo iniziato a scaricare in anteprima i giochi per Nintendo DS direttamente dal Giappone, mesi prima che uscissero in Italia. A un certo punto arrivammo persino a vendere schede R4 modificate con giochi Pokémon in anteprima ai compagni di scuola, verdi d’invidia.
Da lì i progetti sono diventati via via più ambiziosi.
Un server privato del gioco Metin. Record storico, tre persone online contemporaneamente, con un vecchio PC che scaldava come un piccolo data center e faceva più rumore di un drone in volo.
E infine il progetto più grande di tutti. Un sito web sui Pokémon.
Partimmo da una di quelle piattaforme con i template già pronti. Non ci bastava. Volevamo competere con i siti Pokémon più famosi del momento, quelli fatti dai fan più grandi, che a noi sembravano irraggiungibili.
Per farlo dovevamo andare oltre. Smontare il template e imparare da zero HTML, CSS e Javascript, a suon di errori.
Il sito arrivò a centinaia di visitatori unici, venne recensito da una rivista, e un giorno arrivò anche una proposta di fusione da uno dei siti Pokémon più popolari dell’epoca. Non c’era niente di economico sul tavolo. L’accordo prevedeva che cedessimo le nostre sezioni più innovative, una mappa interattiva dei giochi Pokémon e delle finte interviste ai personaggi dell’anime, per poi chiudere il sito per sempre e confluire nel loro. In cambio, avremmo guadagnato quello che da soli non potevamo comprare, un pubblico enormemente più grande del nostro.
Ci pensammo su per giorni, io e mio fratello, soppesando ogni pro e ogni contro come se stessimo davvero negoziando l’acquisizione di un’azienda. Alla fine rifiutammo. Preferivamo restare re di un piccolo regno, piuttosto che signor nessuno in un grande impero.
Col senno di poi, un po’ me ne pento. Con il tempo i nostri interessi sono cambiati, il sito è caduto in disuso ed è stato chiuso per sempre.
Ma quella scelta, giusta o sbagliata che fosse, restava comunque nostra.
Checkpoint
Quello che portavo nell’inventario, uscendo da questo livello, non erano soldi ma abitudini.
Sapevo cosa significa lavorare per guadagnare qualcosa. Sapevo dire di no, quando serviva. E avevo appena imparato, grazie a un sito web amatoriale sui Pokémon, quanto mi piacesse costruire qualcosa partendo da zero e vedere fin dove poteva arrivare.
Forse è questo il vero checkpoint di quegli anni. Non avevo ancora imparato a gestire un patrimonio, ma avevo già iniziato a capire che i soldi sono solo una delle risorse che puoi accumulare. Le altre, come competenze, curiosità e capacità di costruire qualcosa, possono valere molto di più nel lungo periodo.
P.S. Se questa struttura vi ricorda qualcosa, probabilmente quel qualcosa è la Financial Story di Mr RIP. È da lì che ho preso l’ispirazione per raccontare il mio percorso finanziario partendo dall’infanzia. Livelli, checkpoint, side quest e, ovviamente, la storia, sono farina del mio sacco.
Nel prossimo livello si entra nel vivo, le scuole superiori. Ci si vede lì.
💬 DISCUSSIONI & COMMENTI
STATUS: PAUSED ⏸️SEZIONE COMMENTI TEMPORANEAMENTE DISATTIVATA
I commenti sono momentaneamente disattivati. Torna presto per condividere le tue strategie ed esperienze con la community!